Moonlight (2016)

Applaudito dalla critica e vincitore del Golden Globe per il Miglior film, Moonlight è stato a sorpresa incoronato vincitore dell’Oscar per il miglior film contro il pluripremiato e favoritissimo La La Land, sancendo il trionfo di un atteggiamento da parte dell’Academy a favore di una maggiore inclusione verso attori di colore (e in particolare anche verso un contesto LGBT).

Moonlight porta a casa anche le meritate statuette per il Miglior attore non protagonista, Mahershala Ali e per la Migliore sceneggiatura non originale di Barry Jenkins e Tarell Alvin McCraney. Tratto dal dramma teatrale “In Moonlight Black Boys Look Blue” (Al chiaro di luna i ragazzi di colore sembrano blu) di quest’ultimo, membro dell’ensemble a Steppenwolf Theatre Company, il film è il secondo lungometraggio del regista Barry Jenkins.

Si tratta di un dramma intimo e inquietante, che si sofferma su questioni di identità, presentando numerosi spunti autobiografici (McCraney è dichiaratamente omosessuale e, come Jenkins, proviene da Miami, dove è ambientata anche la storia del protagonista Chiron) e regalandoci performances eccezionale da parte dell’intero cast di attori.

I tre capitoli in cui è diviso il film ripercorrono tre fasi importanti di maturazione e cambiamenti del protagonista Chiron, un giovane afro-americano omosessuale cresciuto nel quartiere prevalentemente nero di Liberty City, Miami.

Collocato in una condizione di violenza e spaccio, vittima della fragilità di una madre drogata, Paula (Naomie Harris), e dei soprusi dei suoi coetanei, i quali lo chiamano derisoriamente “little” (piccolo), termine che denomina anche il primo capitolo (I.Little), Chiron a 9 anni (Alex R. Hibbert) troverà un’ancora di salvezza nella figura paterna di Juan (Mahershala Ali).  Uomo robusto, forte, capo di una band di spacciatori, Juan si rivelerà fin da subito una persona dedita alla gentilezza e che a poco a poco considererà Chiron il suo piccolo, ancora “Little”, prendendolo sotto la sua ala e dando nuovo significato a un soprannome precedentemente usato in modo negativo, da quel momento in poi ricollocato in un diverso contesto di amore e comprensione. McCraney posiziona Juan come l’uomo che conduce Chiron alla cognizione di sé. Cubano di nascita, lo spacciatore dal cuore tenero ama l’oceano; porta Chiron in spiaggia per la prima volta nella sua vita e insegna al ragazzo a stare a galla. “I got you, I promise” (ti tengo, promesso), dice, come una promessa che il bambino probabilmente non ha mai potuto udire in vita sua.

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Spostando la narrazione di 7 anni, nel secondo capitolo (II.Chiron), Juan scompare dal film, senza una spiegazione precisa, lasciando spazio alle interpretazioni. Questa mancanza di informazioni e di certezze riesce ad alimentare maggiormente la parallela insicurezza di Chiron, a questo punto adolescente (Ashton Sanders), il quale risulta ancora incapace di ribellarsi e farsi valere nella vita, non riuscendo a sfuggire ai bulli della sua scuola e lasciandosi picchiare quotidianamente da loro. In un contesto del genere, le uniche figure che sono per lui di supporto si rivelano la compagna di Juan, Teresa (Janelle Monáe), una seconda madre migliore di quella biologica che lo accoglie ogni qualvolta ne abbia bisogno, e l’unico amico d’infanzia, Kevin (Jharrel Jerome), che lo chiama amichevolmente “Black” (nero). Sarà con lui che Chiron si lascerà andare alle proprie pulsioni sessuali fino ad allora represse (o non accettate o non comprese davvero) in una notte trascorsa in spiaggia al chiarore rassicurante della luna (“Moonlight”). Ma il calore di quel momento sarà solo una scintilla fugace spenta dal gelo del tradimento, che finalmente porterà Chiron a ribellarsi e cambiare il proprio modo di essere.

Nel terzo ed ultimo capitolo (III. Black), infatti, il protagonista si è trasferito ad Atlanta e si è rinominato Black (Trevante Rhodes). È ora uno spacciatore muscoloso, che ostenta la sua virilità e ricchezza. La memoria di Juan è prepotente, paradossalmente, proprio in questo momento. Si rivela fondamentale nella scelta di vita compiuta da Chiron, è palese nel suo modo di vestirsi e di agire, nell’auto che guida. Black sembra essere ormai solo l’ennesimo frutto acerbo dell’eredità malsana del ghetto ed è con sfacciataggine che si reca dal suo ex-amico Kevin (André Holland) dopo una sua telefonata inaspettata. L’intenzione è di sbattergli in faccia, con il suo fisico da duro, le catenine e denti d’oro, il fatto che non è più quello di un tempo: un fallito. Ma questa volta sarà proprio Kevin a confessare di essere stato l’unico e vero fallito, ammettendo la sua debolezza ed incapacità di imporre la propria personalità accettandone le conseguenze. Per la prima volta, ad essere nudo sarà Kevin, e spogliandosi delle sue maschere e frivolezze, lancia di nuovo, quasi inconsapevolmente, un’ancora per Chiron, che torna l’adolescente impacciato dei tempi della scuola e apre il suo cuore all’amico/amante ritrovato.

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A mio giudizio, di estrema importanza, in Moonlight, sono i significati veicolati dalle parole: 

Little, Chiron, Black: ecco i termini che intitolano i tre capitoli del film e le fasi della vita del protagonista. Ma essi sono anche i nomi che Chiron riceve dalle persone che lo circondano. Ognuno di essi è dunque portatore di significati intrinseci e al contempo mutevoli che accompagnano le trasformazioni, d’animo o contingenti, che il protagonista è costretto ad affrontare.

Piccolo (little) è il modo in cui lo vedono i compagni dall’esterno, associando il termine al concetto di debolezza e fragilità, motivo per cui lo immolano a vittima della propria aggressività. Ma lo stesso termine viene risignificato nel momento in cui a pronunciarlo è la figura paterna di Juan: “little” sta ora ad indicare un figlio da accudire, da guidare nelle difficoltà, da crescere in modo che non sia più “piccolo”. Un figlio per cui, paradossalmente, uno spacciatore desidera essere mentore ed esempio. Un figlio in cui Juan riesce a rispecchiarsi, un figlio che, come lui da piccolo, corre “alla luce della luna” (Moonlight), perché “al chiaro di luna i ragazzi di colore sembrano blu” (In moonlight black boys look blue). È qui che si gioca la contraddizione interiore di Juan, costretto a scontrarsi con la realtà dei fatti e la sua condizione di spacciatore.

Chiron intitola il secondo capitolo del film. Questo nome, datogli dalla madre, è come un involucro vuoto privo di consistenza. Chiron, a sedici anni, non è “Chiron”, ma ancora il “little” che si nasconde e non riesce a trovare la propria strada nel mondo. L’anima del protagonista si tormenta e contorce in questo involucro privo di significato, fino a quando non riesce finalmente a scoprire sé stesso, svelarsi, nell’abbraccio e nel bacio dell’amico Kevin. Siamo di nuovo sulla spiaggia, ancora una volta al chiaro di luna (ancora una volta, Moonlight). La luce flebile sembra svelare il loro vero colore, quel blu di cui parlava Juan, la vera essenza delle loro anime. E così per un breve momento, Chiron è finalmente “Chiron”, ma la comprensione farà strada a nuovi dolori, portandolo, nel terzo capitolo, ad allontanarsi dalla propria natura e plasmarsi a modello del patrigno morto.

Black (nero) è infatti il soprannome che si dà dopo essersi trasferito ad Atalanta. E così si intitola pure il terzo ed ultimo capitolo del film. Chiron ha rinnegato la propria natura, è cambiato, plasmandosi a modello della figura paterna, Juan. Ogni cosa rende presenza la sua assenza: a cominciare dalla scelta di diventare spacciatore, fino al modo in cui si veste o cammina. Non è più “little”, ma neanche “Chiron”: è “Black”. Un uomo forte, virile, che sa come farsi rispettare. Ma “Black” è anche il soprannome che fin da piccoli Kevin gli aveva scherzosamente dato e col quale lo appellava affettuosamente. E sarà proprio Kevin a svelare la sua maschera, a rimpiangere la persona speciale che era e che ha scelto di non essere più. Perché il terzo capitolo riguarda Black in quanto nuova maschera di Chiron, ma anche Kevin in quanto artigiano della muova identità dell’amico: non è solo il nome che gli aveva dato, ma è anche l’unica via che gli aveva permesso di imboccare dopo il “tradimento” e la sua vigliaccheria.

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Se inoltre i significati verbali risultano più facilmente individuabili perché maggiormente evidenti, altrettanto importanti sono quelli di tipo non verbale: le inquadrature spesso sfuocate risaltano gli sguardi, indugiano sui volti in eterni primi piani che riflettono dubbi e desideri inespressi, taciuti. La telecamera segue i passi di un Chiron ora bimbo, ora sedicenne, ora adulto che ci dà le spalle, senza capire realmente la direzione che intende intraprendere. L’andatura particolare, lo sguardo basso, lasciano trasparire più di quel (poco) che Chirion dice. Le musiche alimentano costantemente il senso di angoscia dei momenti forti, amalgamandosi alla perfezione al rallenty o inquadrature sfuocate che sfociano in una sensazione perenne di ovattamento, svenimento o nausea, facendoci calare nell’afflizione del protagonista. Mirabili le interpretazioni dei tre attori che interpretano Chirion bimbo, ragazzo e adulto, che riescono a calarsi totalmente nel personaggio e a esprimere in egual modo la sua tensione attraverso mimica facciale e gestuale. Anche Naomie Harris ci regala un’ottima performance, ma è soprattutto Mahershala Ali a ipnotizzare l’attenzione nella prima parte del film, riuscendo a risultare presente in tutta la durata del film nonostante la sua assenza effettiva.

Siamo di fronte a un film forte, che catapulta lo spettatore in un mondo di violenza, solitudine, paura, dove l’unico modo per andare avanti è (forse) rinnegare sé stessi e la propria natura, costruendo una corazza che difenda dal mondo esterno. Il coinvolgimento è tale da catapultare lo spettatore in uno stato di apnea empatica, immedesimandosi totalmente nello stato di ovattamento e angoscia del protagonista, partecipando alle sue sofferenze e gioendo dei momenti (violenti) di liberazione. Un film, Moonlight, da vedere senza riserve, probabilmente unico vero rivale realmente degno di aver battuto e spodestato il lungometraggio di Chazelle.

di Federica Contento
@Narumi942

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Lion – La strada verso casa (2016)

 

Lion adatta al grande schermo il libro di memorie “A Long Way Home” di Saroo Brierley, che racconta la storia (incredibile ma – purtroppo – vera) dell’autore: cresciuto in un povero villaggio in India durante gli anni Ottanta, all’età di soli 5 anni, perse i contatti con tutta la sua famiglia in una stazione del treno, mentre stava aspettando fratello Guddu che non fece mai ritorno. Ritrovatosi dunque a miglia e miglia da casa, a Calcutta, senza possibilità di ritornare sui suoi passi a causa delle poche (e spesso sbagliate o confuse) informazioni che aveva a disposizione da bambino, sopravvive in strada per quasi un mese, ritrovandosi spesso in situazioni pericolose, fino a quando viene portato in un orfanotrofio. Dopo ricerche infruttuose della sua famiglia e del suo villaggio, viene successivamente adottato da una coppia di australiani che lo crescono in Tasmania, a Hobart. Nonostante i numerosi affetti che nell’arco di 25 anni Saroo riesce a costruirsi (la fidanzata Lucy, l’amore e la riconoscenza verso la madre adottiva), non riesce però a dimenticare le sue radici e la sua famiglia, in particolare il fratello maggiore al quale era estremamente legato. Decide dunque di iniziare le ricerche. Non arrendendosi mai all’idea di non ritrovare la sua vera famiglia, con l’ausilio di Google Earth inizia a controllare minuziosamente le immagini dei dintorni di centinaia di stazioni ferroviarie in India, cercando di trovare un’immagine che gli risultasse familiare e ritrovare la strada verso casa.

Il film si divide nettamente in due parti, non solo per quanto riguarda la narrazione, ma anche la realizzazione.

La scelta di usare la lingua hindi e bengali per tutta la prima ora del film, con il solo ausilio dei sottotitoli per gli spettatori, è molto audace. Si passerà all’inglese solo nella seconda parte. La scelta è “pericolosa”, ma non è da considerarsi assolutamente un difetto: è funzionale al percorso del protagonista. Il piccolo Saroo, infatti, apprenderà l’inglese solo una volta che sarà in orfanotrofio, in vista del suo trasferimento in Australia. Questa caratteristica permette di calarsi maggiormente nella narrazione, che proprio durante i primi 40 minuti del film si concentra sulle immagini e sul non detto, più che sulle parole. Attraverso gli occhi del bambino, infatti, viene descritta la vita misera del piccolo villaggio indiano del protagonista, per poi passare alla caotica e brutale Calcutta, prima, e alla rudezza dell’orfanotrofio-carcere in cui si ritroverà, poi. Si parte così dalle inquadrature di paesaggi sconfinati delle zone rurali indiane in cui il piccolo Saroo è cresciuto in un contesto di libertà e innocenza nonostante la povertà e gli stenti (emblematico il sorriso del piccolo tra le belle farfalle dorate, che successivamente richiameranno lo spirito del fratello maggiore), per poi passare al contesto urbano più crudo, grigio e caotico di Calcutta e dell’orfanotrofio, che accentuano il senso di prigionia del protagonista.

La narrazione procede lineare, fino a quando si passa alla seconda parte del film che descrive la vita adulta di Saroo in Australia. Da questo momento, si avranno continui flashback da parte del protagonista, che cerca di ricordare indizi sepolti nei frammenti della propria memoria per ritrovare le proprie radici. Il legame affettivo con i tutori e il rapporto con il fratello adottivo non vengono però descritti in maniera convincente, anzi, sono quasi totalmente trascurati, dati per scontati, e risultano marginali (quando in realtà sono centrali) alla ricerca disperata del protagonista. Si percepiscono i disagi dei personaggi, senza mai entrare nel vivo o approfondendone adeguatamente le motivazioni, e nonostante l’impegno evidente nell’interpretazione di Nicole Kidman nel ruolo della madre Sue o di Roneey Mara nei panni di Lucy, non ci si riesce ad immedesimare in personaggi che risultano solo di contorno. Lo stesso Dav Patel, seppur esaltato dalla regia, sembra però stonare nei confronti del piccolo Sunny Pawal che ha recitato nella prima parte del film. Protagonista indiscusso della scena (in tutti i sensi) è infatti proprio lui, perché riesce a focalizzare su di sé l’attenzione in ogni momento, emozionando con la sua eccezionale espressività.

In conclusione, dunque, Lion è un film che, anche se non si tiene conto dei numerosi stratagemmi che sanno di già visto (specialmente per quanto riguarda il finale prevedibile e il modo piuttosto semplicistico in cui l’intera ricerca di Saroo viene portata a termine) riesce ad emozionare, in fondo, solo nel momento in cui ci si sofferma empaticamente sulla reale portata delle situazioni che il protagonista è costretto ad affrontare.

di Federica Contento
@Narumi942

Il Piccolo Principe (2015)

Dopo il delicato e commovente film della Pixar, ‘Inside Out’, la speranza di incappare, a distanza di pochi mesi, in un nuovo film di animazione altrettanto dolce e toccante (se non di più) era meramente utopistica. Ma The Little Prince di Mark Osborne, basato sul celeberrimo romanzo omonimo di Antoine de Saint-Exupéry, è un’altra prelibata goccia di miele nell’alveare dell’animazione odierna.

La sfida di trasporre l’opera originale su pellicola senza stravolgere il significato profondo del libro era senza dubbio spaventosa, come il burrone su cui l’equilibrista può precipitare in un qualsiasi momento, ma Osborne è riuscito, nel vero senso della parola, a ‘mantenere l’equilibrio’ e ad approdare indenne ad una soluzione efficace: non a caso parlavo, appunto, di equilibrio, perché la pellicola procede proprio seguendo un ponderato parallelo tra la storia del Piccolo Principe e quella, in chiave moderna, di una bambina costretta un po’ troppo in fretta a diventare adulta e del suo incontro con un vicino squinternato, l’aviatore, autore del racconto stesso.

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È il racconto nel racconto, la storia nella storia.

In quel mondo moderno e reale, grigio, preciso come un orologio e geometricamente maniacale della piccola protagonista, raccontato in CGI, sfogliamo le pagine del romanzo dell’aviatore, in cui i disegni (gli originali dell’autore stesso) prendono vita, si animano in una portentosa Stop Motion e ci regalano un variopinto rifugio fantastico dal grigiore esterno, del mondo in CGI della pellicola, ma anche un po’ del nostro.

In evidente contrasto con le abitazioni rettangolari, spigolose, in cuipersino gli alberi hanno forma geometrica, e in cui ogni persona si muove precisamente come gli ingranaggi di un perfetto orologio, in sincronia, come degli automi (basti pensare alla scena in cui la bambina si lava i denti con la madre, la mattina) troviamo la casa dell’aviatore, in stato di semi-abbandono, piena di cianfrusaglie collezionate, accumulate nel tempo, piena di colori, quasi magica.

A poco a poco, così come il Piccolo Principe del romanzo “addomestica” la volpe, anche l’aviatore, un Piccolo Principe cresciuto, “addomestica” la bambina, facendole capire l’importanza del creare dei legami. Ma «si corre il rischio di piangere un po’, quando ci si è lasciati addomesticare»: gli addii sono inevitabili.

Osborne, in modo velato, certo, ma neanche troppo, affronta una delle tematiche più importanti e terribili, il tema della “scomparsa” delle persone amate, dell’abbandono, del saper lasciare andare, senza dimenticare. L’aviatore è ben consapevole di dover “partire”, di dover abbandonare la bambina, e questo è ineluttabile, lo sappiamo anche noi spettatori (ancora di più molti di noi erano ben consci del parallelo tra l’aviatore e l’autore stesso del libro, Saint-Exupéry), ma l’essenziale, per la bambina, sarà riuscire ad accettarlo e riuscire a conservare il ricordo della persona amata, nel proprio cuore.

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Gli ultimi venti minuti del film, in cui la storia reale prende il sopravvento su quella del romanzo, come una continuazione di quest’ultimo, sono quelli che a primo acchito possono far storcere il naso a coloro che, come la sottoscritta, hanno sempre abbracciato la filosofia dell’autore del libro: il beneficio del dubbio riguardo la scelta individuale di ognuno di noi, che possiamo credere che il Piccolo Principe abbia finalmente raggiunto la sua amata rosa, oppure no, e che la pecora l’abbia o meno mangiata, e così via…

In poche parole, dipende da noi se le stelle “ridono” o “piangono”, in base a cosa scegliamo di credere.

Ebbene (da qui chi non ha visto il film dovrebbe smettere di leggere!), Osborne ci offre la sua visione, la sua interpretazione, la sua scelta: il Piccolo Principe non è più piccolo. E’ cresciuto, è diventato un imbranato spazzacamini imprigionato nel mondo degli adulti, ha dimenticato la sua rosa e pensa solo al lavoro. Le stelle sono scomparse. Letteralmente. Tutto è ridotto alla sua “essenzialità” dall’Uomo d’affari.

La visione di Osborne è una visione pessimistica, in un certo senso.

Per chi, come me ha sempre considerato il Piccolo Principe come un essere incorruttibile, un essere che in realtà non è che esista, perché è un semplice riflesso dell’Io interiore, del bambino interiore dell’aviatore-autore del romanzo, tutto questo è stato sconvolgente. Il Piccolo Principe non può crescere, non può dimenticare la sua rosa, non può lasciarla morire! In quel momento già stavo per condannare il regista per tale affronto!

Eppure, in realtà, sono giunta alla conclusione che tale espediente sia una critica, e al contempo offra un barlume di speranza, come un’ancora di salvezza che il regista ci lancia. È una condanna al mondo moderno, certo, un mondo che riesce a corrompere persino l’incorruttibile, che riduce tutto all’utilità, al guadagno concreto, ma che in realtà non ha nessun valore. La nostra società è guidata dalla logica del profitto. Noi siamo quel Mr. Prince, noi tutti abbiamo “dimenticato”, siamo cambiati, ci siamo uniformati in questo mondo grigio e buio, abbiamo smesso di sperare. Però al contempo possiamo essere salvati.

Ecco cosa vuole dirci Osborne.

Il suo è un ammonimento, un grido nelle orecchie dello spettatore, che rimane spiazzato da tale rivelazione. Ma il suo è anche un invito, un suggerimento, un tentativo di aiutarci a recuperare quel che abbiamo dimenticato, di ricordare. Infatti, il Piccolo Principe ritornerà infine il bambino di un tempo, nonostante abbia perso la sua rosa, ma non la dimenticherà. Questo è l’insegnamento che viene dato alla bambina protagonista, ma che viene dato anche a noi spettatori. Per questo motivo non ho potuto che chinare la testa di fronte a questa scelta, a mio parere, coraggiosa, del regista.

Per coloro che hanno letto (e riletto più volte) il libro, vedere questo film sarà piacevolissimo e al contempo straziante. Sarà un ritorno all’infanzia, un richiamo d’emozioni a stringerci il cuore, mentre chi non lo ha fatto verrà accompagnato mano nella mano, con la protagonista, per affrontare, in modo apparentemente infantile, tematiche potenti e complesse quali l’amare, “l’addomesticare”, l’ineluttabilità dei cambiamenti, della crescita e delle separazioni.

Perché ‘Il Piccolo Principe’ ci insegna proprio questo: ad andare oltre le apparenze. «L’essenziale è invisibile agli occhi », dice la volpe, ciò che conta non è quel guardiamo, ma il come lo guardiamo. E così un disegno di un cappello sarà il disegno di un boa che ha ingoiato un elefante; e così una sola rosa fra mille sarà la “nostra” rosa, sarà unica al mondo perché le abbiamo dedicato tempo, l’abbiamo curata, l’abbiamo “addomesticata”; e così tutto ciò che in precedenza per noi non avrebbe avuto significato acquisirà un valore nuovo, come il rumore dei passi o il colore dorato del grano, per la volpe, le stelle che ridono, o piangono, per l’aviatore.

In un mondo “adulto”, in cui l’unica preoccupazione è il tornaconto in termini economici, un mondo che valuta le cose in base alla sua utilità, o “essenzialità”, è difficile ricordare o, meglio, «non dimenticare», come vivere dando valore alle piccole cose della vita, a non lasciare andare il Piccolo Principe che è in ognuno di noi.

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di Federica Contento
@Narumi942

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