Moonlight (2016)

Applaudito dalla critica e vincitore del Golden Globe per il Miglior film, Moonlight è stato a sorpresa incoronato vincitore dell’Oscar per il miglior film contro il pluripremiato e favoritissimo La La Land, sancendo il trionfo di un atteggiamento da parte dell’Academy a favore di una maggiore inclusione verso attori di colore (e in particolare anche verso un contesto LGBT).

Moonlight porta a casa anche le meritate statuette per il Miglior attore non protagonista, Mahershala Ali e per la Migliore sceneggiatura non originale di Barry Jenkins e Tarell Alvin McCraney. Tratto dal dramma teatrale “In Moonlight Black Boys Look Blue” (Al chiaro di luna i ragazzi di colore sembrano blu) di quest’ultimo, membro dell’ensemble a Steppenwolf Theatre Company, il film è il secondo lungometraggio del regista Barry Jenkins.

Si tratta di un dramma intimo e inquietante, che si sofferma su questioni di identità, presentando numerosi spunti autobiografici (McCraney è dichiaratamente omosessuale e, come Jenkins, proviene da Miami, dove è ambientata anche la storia del protagonista Chiron) e regalandoci performances eccezionale da parte dell’intero cast di attori.

I tre capitoli in cui è diviso il film ripercorrono tre fasi importanti di maturazione e cambiamenti del protagonista Chiron, un giovane afro-americano omosessuale cresciuto nel quartiere prevalentemente nero di Liberty City, Miami.

Collocato in una condizione di violenza e spaccio, vittima della fragilità di una madre drogata, Paula (Naomie Harris), e dei soprusi dei suoi coetanei, i quali lo chiamano derisoriamente “little” (piccolo), termine che denomina anche il primo capitolo (I.Little), Chiron a 9 anni (Alex R. Hibbert) troverà un’ancora di salvezza nella figura paterna di Juan (Mahershala Ali).  Uomo robusto, forte, capo di una band di spacciatori, Juan si rivelerà fin da subito una persona dedita alla gentilezza e che a poco a poco considererà Chiron il suo piccolo, ancora “Little”, prendendolo sotto la sua ala e dando nuovo significato a un soprannome precedentemente usato in modo negativo, da quel momento in poi ricollocato in un diverso contesto di amore e comprensione. McCraney posiziona Juan come l’uomo che conduce Chiron alla cognizione di sé. Cubano di nascita, lo spacciatore dal cuore tenero ama l’oceano; porta Chiron in spiaggia per la prima volta nella sua vita e insegna al ragazzo a stare a galla. “I got you, I promise” (ti tengo, promesso), dice, come una promessa che il bambino probabilmente non ha mai potuto udire in vita sua.

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Spostando la narrazione di 7 anni, nel secondo capitolo (II.Chiron), Juan scompare dal film, senza una spiegazione precisa, lasciando spazio alle interpretazioni. Questa mancanza di informazioni e di certezze riesce ad alimentare maggiormente la parallela insicurezza di Chiron, a questo punto adolescente (Ashton Sanders), il quale risulta ancora incapace di ribellarsi e farsi valere nella vita, non riuscendo a sfuggire ai bulli della sua scuola e lasciandosi picchiare quotidianamente da loro. In un contesto del genere, le uniche figure che sono per lui di supporto si rivelano la compagna di Juan, Teresa (Janelle Monáe), una seconda madre migliore di quella biologica che lo accoglie ogni qualvolta ne abbia bisogno, e l’unico amico d’infanzia, Kevin (Jharrel Jerome), che lo chiama amichevolmente “Black” (nero). Sarà con lui che Chiron si lascerà andare alle proprie pulsioni sessuali fino ad allora represse (o non accettate o non comprese davvero) in una notte trascorsa in spiaggia al chiarore rassicurante della luna (“Moonlight”). Ma il calore di quel momento sarà solo una scintilla fugace spenta dal gelo del tradimento, che finalmente porterà Chiron a ribellarsi e cambiare il proprio modo di essere.

Nel terzo ed ultimo capitolo (III. Black), infatti, il protagonista si è trasferito ad Atlanta e si è rinominato Black (Trevante Rhodes). È ora uno spacciatore muscoloso, che ostenta la sua virilità e ricchezza. La memoria di Juan è prepotente, paradossalmente, proprio in questo momento. Si rivela fondamentale nella scelta di vita compiuta da Chiron, è palese nel suo modo di vestirsi e di agire, nell’auto che guida. Black sembra essere ormai solo l’ennesimo frutto acerbo dell’eredità malsana del ghetto ed è con sfacciataggine che si reca dal suo ex-amico Kevin (André Holland) dopo una sua telefonata inaspettata. L’intenzione è di sbattergli in faccia, con il suo fisico da duro, le catenine e denti d’oro, il fatto che non è più quello di un tempo: un fallito. Ma questa volta sarà proprio Kevin a confessare di essere stato l’unico e vero fallito, ammettendo la sua debolezza ed incapacità di imporre la propria personalità accettandone le conseguenze. Per la prima volta, ad essere nudo sarà Kevin, e spogliandosi delle sue maschere e frivolezze, lancia di nuovo, quasi inconsapevolmente, un’ancora per Chiron, che torna l’adolescente impacciato dei tempi della scuola e apre il suo cuore all’amico/amante ritrovato.

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A mio giudizio, di estrema importanza, in Moonlight, sono i significati veicolati dalle parole: 

Little, Chiron, Black: ecco i termini che intitolano i tre capitoli del film e le fasi della vita del protagonista. Ma essi sono anche i nomi che Chiron riceve dalle persone che lo circondano. Ognuno di essi è dunque portatore di significati intrinseci e al contempo mutevoli che accompagnano le trasformazioni, d’animo o contingenti, che il protagonista è costretto ad affrontare.

Piccolo (little) è il modo in cui lo vedono i compagni dall’esterno, associando il termine al concetto di debolezza e fragilità, motivo per cui lo immolano a vittima della propria aggressività. Ma lo stesso termine viene risignificato nel momento in cui a pronunciarlo è la figura paterna di Juan: “little” sta ora ad indicare un figlio da accudire, da guidare nelle difficoltà, da crescere in modo che non sia più “piccolo”. Un figlio per cui, paradossalmente, uno spacciatore desidera essere mentore ed esempio. Un figlio in cui Juan riesce a rispecchiarsi, un figlio che, come lui da piccolo, corre “alla luce della luna” (Moonlight), perché “al chiaro di luna i ragazzi di colore sembrano blu” (In moonlight black boys look blue). È qui che si gioca la contraddizione interiore di Juan, costretto a scontrarsi con la realtà dei fatti e la sua condizione di spacciatore.

Chiron intitola il secondo capitolo del film. Questo nome, datogli dalla madre, è come un involucro vuoto privo di consistenza. Chiron, a sedici anni, non è “Chiron”, ma ancora il “little” che si nasconde e non riesce a trovare la propria strada nel mondo. L’anima del protagonista si tormenta e contorce in questo involucro privo di significato, fino a quando non riesce finalmente a scoprire sé stesso, svelarsi, nell’abbraccio e nel bacio dell’amico Kevin. Siamo di nuovo sulla spiaggia, ancora una volta al chiaro di luna (ancora una volta, Moonlight). La luce flebile sembra svelare il loro vero colore, quel blu di cui parlava Juan, la vera essenza delle loro anime. E così per un breve momento, Chiron è finalmente “Chiron”, ma la comprensione farà strada a nuovi dolori, portandolo, nel terzo capitolo, ad allontanarsi dalla propria natura e plasmarsi a modello del patrigno morto.

Black (nero) è infatti il soprannome che si dà dopo essersi trasferito ad Atalanta. E così si intitola pure il terzo ed ultimo capitolo del film. Chiron ha rinnegato la propria natura, è cambiato, plasmandosi a modello della figura paterna, Juan. Ogni cosa rende presenza la sua assenza: a cominciare dalla scelta di diventare spacciatore, fino al modo in cui si veste o cammina. Non è più “little”, ma neanche “Chiron”: è “Black”. Un uomo forte, virile, che sa come farsi rispettare. Ma “Black” è anche il soprannome che fin da piccoli Kevin gli aveva scherzosamente dato e col quale lo appellava affettuosamente. E sarà proprio Kevin a svelare la sua maschera, a rimpiangere la persona speciale che era e che ha scelto di non essere più. Perché il terzo capitolo riguarda Black in quanto nuova maschera di Chiron, ma anche Kevin in quanto artigiano della muova identità dell’amico: non è solo il nome che gli aveva dato, ma è anche l’unica via che gli aveva permesso di imboccare dopo il “tradimento” e la sua vigliaccheria.

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Se inoltre i significati verbali risultano più facilmente individuabili perché maggiormente evidenti, altrettanto importanti sono quelli di tipo non verbale: le inquadrature spesso sfuocate risaltano gli sguardi, indugiano sui volti in eterni primi piani che riflettono dubbi e desideri inespressi, taciuti. La telecamera segue i passi di un Chiron ora bimbo, ora sedicenne, ora adulto che ci dà le spalle, senza capire realmente la direzione che intende intraprendere. L’andatura particolare, lo sguardo basso, lasciano trasparire più di quel (poco) che Chirion dice. Le musiche alimentano costantemente il senso di angoscia dei momenti forti, amalgamandosi alla perfezione al rallenty o inquadrature sfuocate che sfociano in una sensazione perenne di ovattamento, svenimento o nausea, facendoci calare nell’afflizione del protagonista. Mirabili le interpretazioni dei tre attori che interpretano Chirion bimbo, ragazzo e adulto, che riescono a calarsi totalmente nel personaggio e a esprimere in egual modo la sua tensione attraverso mimica facciale e gestuale. Anche Naomie Harris ci regala un’ottima performance, ma è soprattutto Mahershala Ali a ipnotizzare l’attenzione nella prima parte del film, riuscendo a risultare presente in tutta la durata del film nonostante la sua assenza effettiva.

Siamo di fronte a un film forte, che catapulta lo spettatore in un mondo di violenza, solitudine, paura, dove l’unico modo per andare avanti è (forse) rinnegare sé stessi e la propria natura, costruendo una corazza che difenda dal mondo esterno. Il coinvolgimento è tale da catapultare lo spettatore in uno stato di apnea empatica, immedesimandosi totalmente nello stato di ovattamento e angoscia del protagonista, partecipando alle sue sofferenze e gioendo dei momenti (violenti) di liberazione. Un film, Moonlight, da vedere senza riserve, probabilmente unico vero rivale realmente degno di aver battuto e spodestato il lungometraggio di Chazelle.

di Federica Contento
@Narumi942

Lion – La strada verso casa (2016)

 

Lion adatta al grande schermo il libro di memorie “A Long Way Home” di Saroo Brierley, che racconta la storia (incredibile ma – purtroppo – vera) dell’autore: cresciuto in un povero villaggio in India durante gli anni Ottanta, all’età di soli 5 anni, perse i contatti con tutta la sua famiglia in una stazione del treno, mentre stava aspettando fratello Guddu che non fece mai ritorno. Ritrovatosi dunque a miglia e miglia da casa, a Calcutta, senza possibilità di ritornare sui suoi passi a causa delle poche (e spesso sbagliate o confuse) informazioni che aveva a disposizione da bambino, sopravvive in strada per quasi un mese, ritrovandosi spesso in situazioni pericolose, fino a quando viene portato in un orfanotrofio. Dopo ricerche infruttuose della sua famiglia e del suo villaggio, viene successivamente adottato da una coppia di australiani che lo crescono in Tasmania, a Hobart. Nonostante i numerosi affetti che nell’arco di 25 anni Saroo riesce a costruirsi (la fidanzata Lucy, l’amore e la riconoscenza verso la madre adottiva), non riesce però a dimenticare le sue radici e la sua famiglia, in particolare il fratello maggiore al quale era estremamente legato. Decide dunque di iniziare le ricerche. Non arrendendosi mai all’idea di non ritrovare la sua vera famiglia, con l’ausilio di Google Earth inizia a controllare minuziosamente le immagini dei dintorni di centinaia di stazioni ferroviarie in India, cercando di trovare un’immagine che gli risultasse familiare e ritrovare la strada verso casa.

Il film si divide nettamente in due parti, non solo per quanto riguarda la narrazione, ma anche la realizzazione.

La scelta di usare la lingua hindi e bengali per tutta la prima ora del film, con il solo ausilio dei sottotitoli per gli spettatori, è molto audace. Si passerà all’inglese solo nella seconda parte. La scelta è “pericolosa”, ma non è da considerarsi assolutamente un difetto: è funzionale al percorso del protagonista. Il piccolo Saroo, infatti, apprenderà l’inglese solo una volta che sarà in orfanotrofio, in vista del suo trasferimento in Australia. Questa caratteristica permette di calarsi maggiormente nella narrazione, che proprio durante i primi 40 minuti del film si concentra sulle immagini e sul non detto, più che sulle parole. Attraverso gli occhi del bambino, infatti, viene descritta la vita misera del piccolo villaggio indiano del protagonista, per poi passare alla caotica e brutale Calcutta, prima, e alla rudezza dell’orfanotrofio-carcere in cui si ritroverà, poi. Si parte così dalle inquadrature di paesaggi sconfinati delle zone rurali indiane in cui il piccolo Saroo è cresciuto in un contesto di libertà e innocenza nonostante la povertà e gli stenti (emblematico il sorriso del piccolo tra le belle farfalle dorate, che successivamente richiameranno lo spirito del fratello maggiore), per poi passare al contesto urbano più crudo, grigio e caotico di Calcutta e dell’orfanotrofio, che accentuano il senso di prigionia del protagonista.

La narrazione procede lineare, fino a quando si passa alla seconda parte del film che descrive la vita adulta di Saroo in Australia. Da questo momento, si avranno continui flashback da parte del protagonista, che cerca di ricordare indizi sepolti nei frammenti della propria memoria per ritrovare le proprie radici. Il legame affettivo con i tutori e il rapporto con il fratello adottivo non vengono però descritti in maniera convincente, anzi, sono quasi totalmente trascurati, dati per scontati, e risultano marginali (quando in realtà sono centrali) alla ricerca disperata del protagonista. Si percepiscono i disagi dei personaggi, senza mai entrare nel vivo o approfondendone adeguatamente le motivazioni, e nonostante l’impegno evidente nell’interpretazione di Nicole Kidman nel ruolo della madre Sue o di Roneey Mara nei panni di Lucy, non ci si riesce ad immedesimare in personaggi che risultano solo di contorno. Lo stesso Dav Patel, seppur esaltato dalla regia, sembra però stonare nei confronti del piccolo Sunny Pawal che ha recitato nella prima parte del film. Protagonista indiscusso della scena (in tutti i sensi) è infatti proprio lui, perché riesce a focalizzare su di sé l’attenzione in ogni momento, emozionando con la sua eccezionale espressività.

In conclusione, dunque, Lion è un film che, anche se non si tiene conto dei numerosi stratagemmi che sanno di già visto (specialmente per quanto riguarda il finale prevedibile e il modo piuttosto semplicistico in cui l’intera ricerca di Saroo viene portata a termine) riesce ad emozionare, in fondo, solo nel momento in cui ci si sofferma empaticamente sulla reale portata delle situazioni che il protagonista è costretto ad affrontare.

di Federica Contento
@Narumi942

Star Wars: The Force Awakens (2015)

Parlare di Star Wars in maniera obiettiva, senza lasciarsi prendere dall’emozione e dal trasporto, non è facile. Non ho alcuna intenzione di farlo. E neanche ho l’intenzione di evitare di parlare della trama, perché il “Far Web” è pieno zeppo di recensioni di questo tipo, e avete avuto praticamente un mese per andare al cinema, se davvero avevate intenzione di vedere il film! Mi dispiace, ma ho abbracciato il Lato Oscuro, “gne gne gne”…

 Finalmente, dopo essermi posta l’atroce dubbio riguardo l’ordine “più corretto” in cui vedere gli episodi precedenti della saga, optando infine per l’ordine “vecchia trilogia-nuova trilogia”, li ho recuperati tutti e ci sono cascata: avevo detto che non sarebbe più successo, mi ero ripromessa di essere forte ma… Mi sono innamorata! Mi sono maledetta per aver aspettato tanto (però, si sa, meglio tardi che mai!), anche se, in fondo, la storia la conoscono un po’ tutti anche senza averla vista, grazie ai continui rimandi e citazioni di altri film (la prima che mi viene in mente è la divertente scena tra Zurg e Buzz Lightyear di Toy Story 2) o addirittura di pubblicità (“Liuk, sono tuo padre”).

 

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Eppure non è assolutamente la stessa cosa… Ed ora lo so. Chiedo venia. (Innamorata e dichiarata, mi è sembrato di sentire la Saga in persona rispondere al mio “I love you” con un “I know”)

Dunque, ecco come, da brava scolaretta, mi sono preparata al meglio per godere appieno del nuovo attesissimo Episodio VII, Star Wars: The Force Awakens. Un unico pensiero mi rimbalzava nel cervello, una volta uscita dalla sala: J. J. Abrams è stato furbo.

 Di sicuro, data la mia premessa, non posso annoverarmi tra quei fan accaniti che da anni aspettavano il ritorno sul grande schermo dei loro eroi preferiti, ma persino io, fan novizia, sono stata in trepida attesa da quando ho “recuperato gli arretrati” e perfino io, durante la visione, ho provato un sentimento di nostalgia opprimente, perché a partire dalla primissima scena degli incipit fino alla fine del film c’è un altalenante e continua commistione tra ciò che è vecchio e ciò che e nuovo. Molti potranno puntare indignati il dito contro il regista, accusarlo di aver copiato gli episodi precedenti, ed effettivamente questa ripetitività di situazioni già viste sembra un furbo modo per accontentare in modo semplicistico i fan, ma bisogna ammettere che l’espediente funziona abbastanza bene.

Si può benissimo considerare questo film come un “ponte” tra tutto ciò che è venuto prima e tutto quello che verrà in futuro, e per renderlo “stabile” il regista ha cercato, anche un po’ furbescamente, bisogna ammetterlo, di accontentare tutti, ritornando in molti casi su ciò che nei vecchi episodi era piaciuto, modificando qualcosa e reinterpretando qualcos’altro in modo nuovo.

La prima cosa che salta all’occhio è il ritorno al classicismo degli effetti speciali e delle ambientazioni (basti pensare alla somiglianza incredibile tra Jakku, dove vive Rey, e Tatooine del quarto episodio), ma anche la ripresa delle linee principali degli episodi precedenti, per esempio la “nuova” arma del nemico: una seconda Morte Nera, più grossa, più cattiva, più spaventosa, praticamente un intero pianeta-arma che però farà la stessa penosa fine della precedente arma di distruzione da cui è ispirata (o copiata?), alla fine dell’episodio. Persino il combattimento finale tra Rey e Kylo Ren rimanda molto a quello tra Obi-Wan e Anakin dell’episodio III. Lo stesso simpaticissimo e amabile droide BB-8 è praticamente un R2-D2 più tecnologico e veloce (ne ho apprezzato tantissimo la nuova e più “dinamica” forma).

Ma tutto questo, ammettiamolo, ci è piaciuto!

Ci è piaciuto identificare e ricordare i rimandi ai vecchi episodi, incontrare, uno alla volta, a poco a poco, Harrison Ford nei panni di Hans Solo insieme all’inseparabile Chewbe, e successivamente Carrie Fisher nel ruolo di Leia ed infine Mark Hamill nelle vesti di Luke; ci è piaciuto, insomma, rivedere i nostri eroi insieme a nuovi personaggi ben caratterizzati come Rey e Finn, vederli quasi accompagnarli per mano e dirgli: “Il nostro lavoro lo abbiamo fatto, da adesso in poi tocca a voi”.

L’aura di mito e leggenda ci circonda.

La sensazione è stata proprio quella di ritrovare nostalgicamente vecchi amici (“Chewbecca, siamo a casa”, dirà Han Solo, sul Millennium Falcon, e ci sentiremo a casa pure noi) per poi affrontare un “rito di passaggio” verso il cambiamento, verso la nuova generazione (per me, questo passaggio è emblematizzato dalla morte di Hans, che per quanto possa avermi scosso, l’ho ritenuto necessaria), per prepararci a quello che accadrà nei prossimi episodi.

Detto questo, chi sono i nostri nuovi eroi?

Il caro vecchio incipit ci informa che Luke è scomparso e che tutti, buoni e cattivi, Resistenza e Primo Ordine, lo stanno cercando (Abrams non ci spiega niente, né quel che è successo, né le motivazioni, le cose stanno così e basta – cosa che accadeva anche nei precedenti episodi – anche se l’intero film sarà costellato di piccoli indizi, di frasi dette come se tutto fosse ovvio, già scontato).

Fin dalle primissime scene ci viene presentato il personaggio di Poe Dameron, un Oscar Isaac nei panni del miglior pilota della Resistenza, il quale ricorda molto Han Solo per la sua sfacciataggine (persino di fronte al nuovo temibile nemico Kylo Ren). Eppure, a parte il ruolo cruciale di mettere in salvo la mappa che si creda conduca a Luke, nascondendola nel suo droide BB-8, essere torturato e aver “battezzato” lo Stormtrooper FN-2187 col nome Finn, Poe verrà considerato morto durante l’intero film per poi riapparire tutto pimpante, vivo e vegeto, solo nella parte finale (della serie, se non c’è il cadavere…)

 

Ma la vera prima sorpresa ed elemento innovativo è proprio il personaggio di Finn, interpretato da John Boyega. Lo Stormtrooper, una vera macchina da guerra addestrata fin dalla nascita a combattere, non riuscirà ad uccidere a sangue freddo gli abitanti del villaggio di Jakku, reagirà in modo del tutto nuovo alla situazione di pericolo e fuggirà compiendo una scelta in apparenza vile, tradendo i propri compagni, ma in realtà coraggiosa, perché sceglierà di decidere autonomamente il proprio destino. Certo, lo fa in modo un po’ impacciato, e buffo, e si presenta agli spettatori come una specie di antieroe, un ragazzo spaventato, semplicemente desideroso di fuggire e mettersi in salvo in un luogo sicuro. Eppure, nonostante la paura lo attanagli, riesce ad affrontarla, a farsela amica, a diventare più forte. Per questo motivo è un personaggio sfaccettato, a tutto tondo, dinamico, in continua evoluzione e imprevedibile, perché è capace di decidere la cosa giusta da fare secondo le ragioni dettate dalla sua coscienza: e così non potrà abbandonare Rey nel momento del bisogno, anche quando aveva già deciso di partire, e non esiterà a combattere rischiando la vita per difendere chi gli sta a cuore. Rey, appunto.

 

Interpretata da Daisy Ridley, Rey è una mercante di rottami completamente autosufficiente, che vive sul pianeta Jakku in attesa del ritorno della propria famiglia, di cui non sappiamo nulla. La sua vita verrà però sconvolta prima dall’incontro con il droide BB-8, e poi da Finn, insieme al quale parte – in modo forzato, certo, a causa del Primo Ordine – all’avventura sul Millennium Falcon. Rey è un personaggio misterioso, la sua forza di volontà nasconde ferite profonde, dovute al suo abbandono. Sembrerà trovare in Han Solo una specie di figura paterna (Han le proporrà di lavorare per lui), ma ancora timorosa, ancorata ad un passato che non riesce a scrollarsi di dosso, decide di rifiutare. Rey non vuole combattere, nonostante sia evidente che in lei “la Forza scorre potente”, rigetta la spada laser appartenuta a Luke (e ad Anakin in precedenza), è esattamente l’opposto di Luke che invece non vedeva l’ora di mettersi in gioco arruolandosi. Eppure, quando si ritroverà nella necessità di combattere, dimostrerà doti innate spettacolari. Qui bisogna fermarsi un momento: come è possibile, si sono chiesti in molti, che Rey possa usare in questo modo la Forza, rivaleggiando persino con Kylo Ren? Probabilmente la risposta a queste domande ci verrà data negli episodi successivi, ma secondo me senza dover per forza risalire a spiegazioni genealogiche, è probabile che Rey sia una specie di nuova Anakin, generata dalla Forza stessa, senza atto carnale. Perché no? Sono solo supposizioni, in fondo. Per quanto riguarda quelli che si sono lamentati riguardo le enormi capacità di Rey, io rispondo con una domanda: perché non ci siamo mai posti il problema di come il piccolo Anakin potesse a suo tempo avere la capacità di guidare gli sgusci e creare droidi (non bisogna dimenticare che fu proprio lui a creare il droide C-3PO)? Semplicemente era così e basta.

 

Per quanto riguarda poi Kylo Ren, è la figura più tormentata di tutte, e che credo di aver apprezzato maggiormente. Come mai? Dopo aver visto l’intera saga mi sono chiesta, in attesa dell’uscita del nuovo episodio, come avrebbero mai potuto creare una nuova figura emblematica che potesse competere con quella mitica di Darth Vader? Semplicemente, Abrams si è reso conto che era impossibile. E così il neo adepto del Lato Oscuro sarà interpretato da un Adam Driver angoscioso, insicuro, dubbioso riguardo le proprie capacità di equiparare il suo idolo, il nonno, e che si lascia andare a raptus di violenza fisica, distruggendo tutto quel che gli capita a tiro, quando le cose non vanno come dovrebbero. Un personaggio senza maschera, scoperto, con una personalità non ancora delineata precisamente, anche lui, come Rey, in evoluzione. Al contrario degli episodi precenti, infatti, in cui era Luke a dover crescere per affrontare Darth Vader, in questo nuovo episodio è il contrario: sembra quasi che il vero personaggio a dover migliorare per affrontare il suo rivale sia proprio Kylo.

 

Il passaggio di svolta è dato dal momento tragico e commovente dell’uccisione del padre. La scena è toccante, riusciamo a percepire tutta la tensione emotiva dei due personaggi. Kylo è combattuto, Han pronto letteralmente a sacrificarsi per lui: vedere il modo in cui allunga la mano per sfiorare il viso del figlio, in una specie di commovente addio, quasi un perdono, è stato meravigliosamente perturbante. L’intera scena mi ha stretto il cuore. Anche se lo sapevo. Lo sapevo che sarebbe successo. Per quanto possa essermi dispiaciuto questo sviluppo, l’ho ritenuto necessario e persino audace. Ha reso il film più maturo.

CatturaCome afferma il nuovo Leader Supremo Snoke, interpretato tramite motion capture da andy Serkis, Kylo deve ancora terminare il suo addestramento. Per quanto riguarda la figura di questo nuovo Maestro Sith, i dubbi sono ancora molti. Non sappiamo niente di lui, se non che è decisamente grande, grosso e che probabilmente è imparentato con Lord Voldemort.

 

Tirando le somme, ritengo che questo episodio, nonostante magari non sia il più bello della saga, non è da considerarsi n neanche il più brutto. I personaggi si “scoprono” insieme a noi, comprendono le proprie potenzialità man mano che si procede con la narrazione, hanno alle spalle dei veri e propri miti, come “nani sulle spalle di giganti”, eppure in qualche modo trovano o intravedono la strada che li porterà a distaccarsi e procedere autonomamente. Il passaggio tra vecchio e nuovo, secondo me, è esemplificato anche dalla figura del droide BB-8, specialmente nella scena finale in cui unirà il proprio pezzo di mappa, incompleto, a quello racchiuso nel vecchio droide R2-D2, per trovare Luke Skywalker. Per creare qualcosa di nuovo non bisogna dimenticarsi del passato, è questo quel che sembra dirci questo film, e ce lo ha ricordato in ogni rimando, ogni citazione, ogni momento “simile ma diverso” della pellicola. Abrams ha unito i pezzi di un puzzle, per creare qualcosa di nuovo e più straordinario, qualcosa che, si spera, potrà sorprenderci in futuro.

di Federica Contento
@Narumi942

Il Piccolo Principe (2015)

Dopo il delicato e commovente film della Pixar, ‘Inside Out’, la speranza di incappare, a distanza di pochi mesi, in un nuovo film di animazione altrettanto dolce e toccante (se non di più) era meramente utopistica. Ma The Little Prince di Mark Osborne, basato sul celeberrimo romanzo omonimo di Antoine de Saint-Exupéry, è un’altra prelibata goccia di miele nell’alveare dell’animazione odierna.

La sfida di trasporre l’opera originale su pellicola senza stravolgere il significato profondo del libro era senza dubbio spaventosa, come il burrone su cui l’equilibrista può precipitare in un qualsiasi momento, ma Osborne è riuscito, nel vero senso della parola, a ‘mantenere l’equilibrio’ e ad approdare indenne ad una soluzione efficace: non a caso parlavo, appunto, di equilibrio, perché la pellicola procede proprio seguendo un ponderato parallelo tra la storia del Piccolo Principe e quella, in chiave moderna, di una bambina costretta un po’ troppo in fretta a diventare adulta e del suo incontro con un vicino squinternato, l’aviatore, autore del racconto stesso.

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È il racconto nel racconto, la storia nella storia.

In quel mondo moderno e reale, grigio, preciso come un orologio e geometricamente maniacale della piccola protagonista, raccontato in CGI, sfogliamo le pagine del romanzo dell’aviatore, in cui i disegni (gli originali dell’autore stesso) prendono vita, si animano in una portentosa Stop Motion e ci regalano un variopinto rifugio fantastico dal grigiore esterno, del mondo in CGI della pellicola, ma anche un po’ del nostro.

In evidente contrasto con le abitazioni rettangolari, spigolose, in cuipersino gli alberi hanno forma geometrica, e in cui ogni persona si muove precisamente come gli ingranaggi di un perfetto orologio, in sincronia, come degli automi (basti pensare alla scena in cui la bambina si lava i denti con la madre, la mattina) troviamo la casa dell’aviatore, in stato di semi-abbandono, piena di cianfrusaglie collezionate, accumulate nel tempo, piena di colori, quasi magica.

A poco a poco, così come il Piccolo Principe del romanzo “addomestica” la volpe, anche l’aviatore, un Piccolo Principe cresciuto, “addomestica” la bambina, facendole capire l’importanza del creare dei legami. Ma «si corre il rischio di piangere un po’, quando ci si è lasciati addomesticare»: gli addii sono inevitabili.

Osborne, in modo velato, certo, ma neanche troppo, affronta una delle tematiche più importanti e terribili, il tema della “scomparsa” delle persone amate, dell’abbandono, del saper lasciare andare, senza dimenticare. L’aviatore è ben consapevole di dover “partire”, di dover abbandonare la bambina, e questo è ineluttabile, lo sappiamo anche noi spettatori (ancora di più molti di noi erano ben consci del parallelo tra l’aviatore e l’autore stesso del libro, Saint-Exupéry), ma l’essenziale, per la bambina, sarà riuscire ad accettarlo e riuscire a conservare il ricordo della persona amata, nel proprio cuore.

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Gli ultimi venti minuti del film, in cui la storia reale prende il sopravvento su quella del romanzo, come una continuazione di quest’ultimo, sono quelli che a primo acchito possono far storcere il naso a coloro che, come la sottoscritta, hanno sempre abbracciato la filosofia dell’autore del libro: il beneficio del dubbio riguardo la scelta individuale di ognuno di noi, che possiamo credere che il Piccolo Principe abbia finalmente raggiunto la sua amata rosa, oppure no, e che la pecora l’abbia o meno mangiata, e così via…

In poche parole, dipende da noi se le stelle “ridono” o “piangono”, in base a cosa scegliamo di credere.

Ebbene (da qui chi non ha visto il film dovrebbe smettere di leggere!), Osborne ci offre la sua visione, la sua interpretazione, la sua scelta: il Piccolo Principe non è più piccolo. E’ cresciuto, è diventato un imbranato spazzacamini imprigionato nel mondo degli adulti, ha dimenticato la sua rosa e pensa solo al lavoro. Le stelle sono scomparse. Letteralmente. Tutto è ridotto alla sua “essenzialità” dall’Uomo d’affari.

La visione di Osborne è una visione pessimistica, in un certo senso.

Per chi, come me ha sempre considerato il Piccolo Principe come un essere incorruttibile, un essere che in realtà non è che esista, perché è un semplice riflesso dell’Io interiore, del bambino interiore dell’aviatore-autore del romanzo, tutto questo è stato sconvolgente. Il Piccolo Principe non può crescere, non può dimenticare la sua rosa, non può lasciarla morire! In quel momento già stavo per condannare il regista per tale affronto!

Eppure, in realtà, sono giunta alla conclusione che tale espediente sia una critica, e al contempo offra un barlume di speranza, come un’ancora di salvezza che il regista ci lancia. È una condanna al mondo moderno, certo, un mondo che riesce a corrompere persino l’incorruttibile, che riduce tutto all’utilità, al guadagno concreto, ma che in realtà non ha nessun valore. La nostra società è guidata dalla logica del profitto. Noi siamo quel Mr. Prince, noi tutti abbiamo “dimenticato”, siamo cambiati, ci siamo uniformati in questo mondo grigio e buio, abbiamo smesso di sperare. Però al contempo possiamo essere salvati.

Ecco cosa vuole dirci Osborne.

Il suo è un ammonimento, un grido nelle orecchie dello spettatore, che rimane spiazzato da tale rivelazione. Ma il suo è anche un invito, un suggerimento, un tentativo di aiutarci a recuperare quel che abbiamo dimenticato, di ricordare. Infatti, il Piccolo Principe ritornerà infine il bambino di un tempo, nonostante abbia perso la sua rosa, ma non la dimenticherà. Questo è l’insegnamento che viene dato alla bambina protagonista, ma che viene dato anche a noi spettatori. Per questo motivo non ho potuto che chinare la testa di fronte a questa scelta, a mio parere, coraggiosa, del regista.

Per coloro che hanno letto (e riletto più volte) il libro, vedere questo film sarà piacevolissimo e al contempo straziante. Sarà un ritorno all’infanzia, un richiamo d’emozioni a stringerci il cuore, mentre chi non lo ha fatto verrà accompagnato mano nella mano, con la protagonista, per affrontare, in modo apparentemente infantile, tematiche potenti e complesse quali l’amare, “l’addomesticare”, l’ineluttabilità dei cambiamenti, della crescita e delle separazioni.

Perché ‘Il Piccolo Principe’ ci insegna proprio questo: ad andare oltre le apparenze. «L’essenziale è invisibile agli occhi », dice la volpe, ciò che conta non è quel guardiamo, ma il come lo guardiamo. E così un disegno di un cappello sarà il disegno di un boa che ha ingoiato un elefante; e così una sola rosa fra mille sarà la “nostra” rosa, sarà unica al mondo perché le abbiamo dedicato tempo, l’abbiamo curata, l’abbiamo “addomesticata”; e così tutto ciò che in precedenza per noi non avrebbe avuto significato acquisirà un valore nuovo, come il rumore dei passi o il colore dorato del grano, per la volpe, le stelle che ridono, o piangono, per l’aviatore.

In un mondo “adulto”, in cui l’unica preoccupazione è il tornaconto in termini economici, un mondo che valuta le cose in base alla sua utilità, o “essenzialità”, è difficile ricordare o, meglio, «non dimenticare», come vivere dando valore alle piccole cose della vita, a non lasciare andare il Piccolo Principe che è in ognuno di noi.

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di Federica Contento
@Narumi942

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