Lion – La strada verso casa (2016)

 

Lion adatta al grande schermo il libro di memorie “A Long Way Home” di Saroo Brierley, che racconta la storia (incredibile ma – purtroppo – vera) dell’autore: cresciuto in un povero villaggio in India durante gli anni Ottanta, all’età di soli 5 anni, perse i contatti con tutta la sua famiglia in una stazione del treno, mentre stava aspettando fratello Guddu che non fece mai ritorno. Ritrovatosi dunque a miglia e miglia da casa, a Calcutta, senza possibilità di ritornare sui suoi passi a causa delle poche (e spesso sbagliate o confuse) informazioni che aveva a disposizione da bambino, sopravvive in strada per quasi un mese, ritrovandosi spesso in situazioni pericolose, fino a quando viene portato in un orfanotrofio. Dopo ricerche infruttuose della sua famiglia e del suo villaggio, viene successivamente adottato da una coppia di australiani che lo crescono in Tasmania, a Hobart. Nonostante i numerosi affetti che nell’arco di 25 anni Saroo riesce a costruirsi (la fidanzata Lucy, l’amore e la riconoscenza verso la madre adottiva), non riesce però a dimenticare le sue radici e la sua famiglia, in particolare il fratello maggiore al quale era estremamente legato. Decide dunque di iniziare le ricerche. Non arrendendosi mai all’idea di non ritrovare la sua vera famiglia, con l’ausilio di Google Earth inizia a controllare minuziosamente le immagini dei dintorni di centinaia di stazioni ferroviarie in India, cercando di trovare un’immagine che gli risultasse familiare e ritrovare la strada verso casa.

Il film si divide nettamente in due parti, non solo per quanto riguarda la narrazione, ma anche la realizzazione.

La scelta di usare la lingua hindi e bengali per tutta la prima ora del film, con il solo ausilio dei sottotitoli per gli spettatori, è molto audace. Si passerà all’inglese solo nella seconda parte. La scelta è “pericolosa”, ma non è da considerarsi assolutamente un difetto: è funzionale al percorso del protagonista. Il piccolo Saroo, infatti, apprenderà l’inglese solo una volta che sarà in orfanotrofio, in vista del suo trasferimento in Australia. Questa caratteristica permette di calarsi maggiormente nella narrazione, che proprio durante i primi 40 minuti del film si concentra sulle immagini e sul non detto, più che sulle parole. Attraverso gli occhi del bambino, infatti, viene descritta la vita misera del piccolo villaggio indiano del protagonista, per poi passare alla caotica e brutale Calcutta, prima, e alla rudezza dell’orfanotrofio-carcere in cui si ritroverà, poi. Si parte così dalle inquadrature di paesaggi sconfinati delle zone rurali indiane in cui il piccolo Saroo è cresciuto in un contesto di libertà e innocenza nonostante la povertà e gli stenti (emblematico il sorriso del piccolo tra le belle farfalle dorate, che successivamente richiameranno lo spirito del fratello maggiore), per poi passare al contesto urbano più crudo, grigio e caotico di Calcutta e dell’orfanotrofio, che accentuano il senso di prigionia del protagonista.

La narrazione procede lineare, fino a quando si passa alla seconda parte del film che descrive la vita adulta di Saroo in Australia. Da questo momento, si avranno continui flashback da parte del protagonista, che cerca di ricordare indizi sepolti nei frammenti della propria memoria per ritrovare le proprie radici. Il legame affettivo con i tutori e il rapporto con il fratello adottivo non vengono però descritti in maniera convincente, anzi, sono quasi totalmente trascurati, dati per scontati, e risultano marginali (quando in realtà sono centrali) alla ricerca disperata del protagonista. Si percepiscono i disagi dei personaggi, senza mai entrare nel vivo o approfondendone adeguatamente le motivazioni, e nonostante l’impegno evidente nell’interpretazione di Nicole Kidman nel ruolo della madre Sue o di Roneey Mara nei panni di Lucy, non ci si riesce ad immedesimare in personaggi che risultano solo di contorno. Lo stesso Dav Patel, seppur esaltato dalla regia, sembra però stonare nei confronti del piccolo Sunny Pawal che ha recitato nella prima parte del film. Protagonista indiscusso della scena (in tutti i sensi) è infatti proprio lui, perché riesce a focalizzare su di sé l’attenzione in ogni momento, emozionando con la sua eccezionale espressività.

In conclusione, dunque, Lion è un film che, anche se non si tiene conto dei numerosi stratagemmi che sanno di già visto (specialmente per quanto riguarda il finale prevedibile e il modo piuttosto semplicistico in cui l’intera ricerca di Saroo viene portata a termine) riesce ad emozionare, in fondo, solo nel momento in cui ci si sofferma empaticamente sulla reale portata delle situazioni che il protagonista è costretto ad affrontare.

di Federica Contento
@Narumi942

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