L’autista

Meno tre.

Era tutto il giorno che guidava: stesse fermate, stessi luoghi, persone diverse.
C’è chi sale e chi scende dal pullman. Nessuno conosce il suo nome. Lui è l’autista, tanto basta sapere.

Meno tre.

A questo punto mancava poco al capolinea: solo tre fermate, e poi il tanto agognato riposo. Il pullman non era più gremito di gente. I pochi passeggeri rimasti esibivano un’aria affaticata ma serena, dal retrogusto dolciastro:

l’individuo in giacca e cravatta, seduto vicino l’entrata anteriore, era senza dubbio rincuorato al pensiero del ritorno a casa, da una moglie premurosa, pronta ad obliare il ricordo di un capo sadico e spietato dopo una giornata di lavoro, con il piatto caldo pronto sulla tavola, il cane in festa, i bambini, le urla;

I due ragazzi sul fondo del veicolo, mano nella mano, sguardi timidi e sfuggenti, si sarebbero forse augurati la buona notte alla fermata seguente, col cuore gonfio di gioia e la voglia di non lasciarsi;

E quella signora non più tanto giovane in piedi, ancora arzilla, a stento manteneva l’equilibrio, ma mica si curava dei numerosi posti liberi… No, aveva la cocciutaggine d’un’aria di sfida: chissà che non si fosse messa in testa di voler apparire un po’ più nel fiore degli anni di quello che in realtà era… Sicuramente avrebbe trascorso il resto della serata sulla sua comoda e confortevole poltrona, con un vecchio gatto sulle gambe da carezzare insieme al ricordo del marito, cullata dalle parole ovattate provenienti da quella sua scatola magica, infernale, comunemente chiamata televisione.

E mentre l’autista si soffermava su questi pensieri, rifletteva che forse anche su di lui i passeggeri concepivano fantasie.

O forse no.

D’altronde la stanchezza che palesava il suo sguardo non lasciava intravedere neanche un briciolo di felicità. Solo stanchezza. Forse rabbia, frustrazione, quelle sì.

Mancavano solo tre fermate. Anzi, no: Ecco la sosta successiva.

L’uomo e la signora scesero.

Salì un ragazzo, madido di sudore, con un pallone tra le braccia, i capelli bagnati schiacciati ad opprimere la fronte. Obliterò un biglietto spiegazzato tirato fuori da una tasca dei pantaloncini.

Meno due.

Il conto alla rovescia era sul punto di giungere al termine. Di colpo provò una grande invidia per gli ex passeggeri che di lì a poco avrebbero – forse – incontrato qualcuno che li aspettava.

Chi c’era ad attendere lui, invece? La risposta creava un vuoto analogo a quello del suo appartamento.

I due innamorati si alzarono e si avvicinarono sorridendo all’uscita posteriore. Prenotarono la fermata: la penultima. Anche il ragazzo in pantaloncini si avvicinò all’uscita, facendo rimbalzare il pallone, per giocare a mandar via la noia. Era snervante, ma il conducente decise di sorvolare: il giovane trio lo avrebbe presto abbandonato.

In lontananza la fermata. Nessuno in attesa. Il pullman si sarebbe svuotato dei passeggeri e i suoi pensieri avrebbero finalmente trovato posto.

Meno uno.

Arriva finalmente la breve sosta: apertura delle porte, discesa dei passeggeri, lentamente si richiudono e si va…

No!

Una donna! Una giovane donna aveva appena raggiunto la fermata, ansimando per la corsa, facendo cenno di aprire.

L’autista, contrariato, ubbidì.

Lo sguardo spaventato, in lacrime, che salì di corsa sul mezzo di trasporto s’incrociò col suo, e si sentì nudo. Vide nell’angoscia riflessa nei suoi occhi, occhi di solitudine, qualcosa che apparteneva anche a lui.

Partì.

Ed ecco che un uomo li raggiunse, correndo forsennatamente, i pugni in aria, lo sguardo infuocato da un’ira disperata, folle.

L’autista avvertì l’egoistico bisogno di continuare a schiacciare l’acceleratore. L’uomo si aggrappò alla vettura, ululando di rabbia e sputando intimidazioni. Alcuni dei pochi passanti si voltarono ad osservare l’insolita scena: avrebbero avuto qualcosa da raccontare quella sera a cena.

Alla fine l’individuo, che non aveva mai smesso di strepitare, rinunciò all’iniziativa e abbandonò la presa. Le sue urla echeggiarono nella testa del conducente per il resto del breve tragitto.

Erano arrivati al capolinea.

Si fermò.

Aprì le porte.

La donna rimase immobile, mentre calde lacrime le rigavano il viso. L’autista si alzò, scrutandola.

Era bella.

Senza proferir parola, le porse una bandana per asciugarsi gli occhi. Lei alzò lo sguardo, accettò l’offerta e abbozzò un sorriso: tra le lacrime gli parve il sorriso più bello del mondo.

Lei, balbettando scuse – “Grazie, signor…?”

Lui, colmo di stupore e di gioia, rispose e l’invitò a prendere una tazza di cioccolata calda. Lei accettò sorridente ed insieme s’incamminarono per le strade quasi deserte della città. Il vuoto angoscioso era stato rimpiazzato da qualcosa di nuovo;

L’autista pensò che finalmente qualcuno conosceva il suo nome.

di Federica Contento
@Narumi942

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